La morte … Come comunicarla ai bambini?

Qualche decennio fa non era difficile comunicare ad un bambino la morte di un parente o un amico, avveniva spontaneamente, così come era arrivata la morte e lui, il bambino, la accoglieva e basta, attivando fin dal principio quel processo di adattamento che gli sarebbe stato tanto utile nel superamento (a volte più difficile e altre meno) del fatto.

Il tema della morte oggi rappresenta per molti adulti uno degli argomenti più complessi da affrontare a causa di diverse motivazioni:

  1. si tende a pensare che per i bambini rappresenti un argomento angosciante e difficile da capire
  2. parlarne li porterebbe a pre-occuparsi di un problema che ancora non li riguarda
  3. non sanno come spiegarlo e, soprattutto, come rispondere alle inevitabili domande

Il genitore che ha questo preconcetto, per risparmiare la sofferenza dei figli (e anche il disagio a Sé) , in genere commette due tipi di errori. Il primo è di non parlare della morte durante la crescita del bambino che finisce per ignorarne l’esistenza, o quantomeno per non considerarla come un fenomeno che può riguardare anche lui, altrimenti se ne parlerebbe; il secondo invece è legato alla gestione del momento critico e comporta tutta una serie di comportamenti di evitamento mirati ad allontanare il più possibile il momento in cui il bambino impatterà contro la notizia. Questi ultimi vanno dal non portare il bambino a visitare il congiunto (se c’è stata un’ospedalizzazione) al non renderlo nemmeno partecipe di ciò che sta accadendo, dal non dire subito che è morto al dirgli che “il nonno” è partito per un viaggio o che è diventato una stella, oppure dirglielo senza filtri per cui si pensa che, per essere coerenti, sia necessario esprimere la cosa con la gravità che merita.  

Tutto questo mette il bambino nelle condizioni di avere dei buchi cognitivi, ossia la chiara percezione che manchi qualche pezzo al puzzle, non sa bene quale ma il suo cervello è sufficientemente logico per suggerirgli che ci dovrebbe essere un inizio (malattia o incidente o fatto naturale), un dopo (il cuore si ferma, bara) e una fine (funerale e sepoltura). Ok, il puzzle presenta un’immagine difficile da metabolizzare ma è completo e ha una sua logica interna.  

La Natura ha pensato di rendere abile un bambino sia a concepire sia ad attraversare l’esperienza della morte, davanti alla quale non mostra nessuna difficoltà propria (almeno fino ai 6 anni, dopo le cose si complicano un po’). Il suo cervello sa che morire è la contropartita dell’esistere e quindi è programmato per non preoccuparsene, o per lo meno ad andare avanti comunque. E’ un po’ come dire che siccome lo scarico delle feci è la risultante naturale dell’alimentarsi e che, anche se per alcuni aspetti risulta un’esperienza “sgradevole”, è da mettere in conto e accettare. E’ la base della selezione naturale.

Ora qualcuno di voi, facendo riferimento a qualche circostanza che ha vissuto o che ha osservato, starà pensando che questo non è vero perché ha visto il tal bambino che si disperava o che faceva gli incubi o che poi ha scritto lettere per anni alla persona morta o che ha ricominciato a farsi la pipì addosso o che….ecc ecc.

Avete ragione, succede. Devo però dirvi che questo da un lato ha a che fare con ciò che il bambino vede accadere attorno a sé, cioè con il modo con cui gli adulti di riferimento gestiscono il lutto, dall’altro che alcuni comportamenti rientrano nel modo del tutto personale di elaborare il distacco, modo che si estingue o si stabilizza in funzione della reazione degli adulti davanti a questi comportamenti. Mi spiego meglio.

La morte di uno dei coniugi o di uno dei figli rappresentano due delle esperienze peggiori che possano coinvolgere una famiglia. In queste circostanze il dolore per un adulto è inimmaginabile. Per il bambino no. Se dovessimo rappresentarci un mondo fantastico in cui gli adulti rispondano con distacco ad un evento come questo potremmo immaginare un bambino che affronta la situazione in modo assolutamente naturale. Attenzione: naturale non vuol dire senza sentire disturbo o tristezza, significa solo naturale, cioè  manifestando una sofferenza che non diventa totalizzante e che, soprattutto, non si trascina per mesi producendo effetti negativi anche su altri aspetti della vita. Ci sono dei bambini che vivono la morte di un nonno quasi come una festa perché in quell’occasione rivedono parenti che non avevano più visto negli ultimi mesi, si radunano i cuginetti più piccoli per trascorrere assieme il pomeriggio del funerale (al quale loro non vengono portati), magari a casa della zia che non vedono spesso. Questo scenario è assolutamente realistico ma si può presentare solo alla condizione che gli adulti diano la notizia in modo naturale, non mostrino il lato più sofferente di sé sforzandosi di rimanere solidi ai loro occhi: la lacrima che cade e la manifestazione di una tristezza contenuta sono lecite e ben comprese da un bambino, lo sono molto meno le urla, gli svenimenti, il pianto a dirotto per giorni e giorni, tutti comportamenti che mandano al bambino un messaggio di allarme: “nella vita della tua famiglia è accaduto qualcosa di irreparabile, da oggi tutto è distrutto”. Immaginatevi il terrore del bambino. Da questo momento in poi quel bambino potrebbe cominciare a presentare delle difficoltà variabili e io, da Psicoterapeuta, non posso mai fare a meno di chiedermi “questo bambino soffre così per la perdita del famigliare o per la paura di aver perso la sua base di appoggio?” Troppo spesso propendo per la seconda.

 

Dr.ssa Ilenia Sussarellu

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